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Il valore economico del motorsport

Basta farsi un giro su internet per trovare decine e decine di studi di Università, Società di ricerca, Fondazioni, Federazioni per capire il valore dello sport motoristico, capace di innescare crescite interessanti del proprio indotto e del territorio. Tutti studi esteri perché, qui in Italia, la cosa proprio non riveste alcun carattere di urgenza

Ogni sport innesca sempre importanti ricadute economiche sia per la filiera di appartenenza che per il territorio dove si svolge. A questa regola non sfuggono certo gli sport motoristici. Il motorsport rappresenta una piattaforma pubblicitaria dove si possono (potrebbero) sviluppare nuovi modi di comunicare e raccontare il prodotto, una piattaforma di ricerca & sviluppo dove testare nuove tecnologie in grado di impiegare e formare manodopera e professionalità molto qualificate, un settore capace di alimentare l’indotto dei territori dove si corre e dove, in generale, si trovano gli impianti sportivi. E quali sono questi impianti quando parliamo di automobilismo? Gli autodromi.

Per quanto riguarda la ricaduta economica generata dalle competizioni, il più recente studio che riguarda casa nostra è relativo all’e-Prix di Roma di Formula E (qui il mio pezzo in occasione dell’evento). I risultati che ha comunicato la società di analisi SGM Insight e riportati dal Sole 24 ore sono sorprendenti: il solo appuntamento romano ha generato un giro d’affari da 62 milioni di euro; 27.000 partecipanti (32.000 compreso lo staff), 280 nuovi posti di lavoro, 4,5 milioni di euro spesi dai turisti a Roma, 14.000 camere di albergo prenotate.

La Formula E a Roma nel 2019 ha sviluppato sorprendenti dati economici. L’edizione 2020 li confermerà? (foto: Formula E )

Dati evidenti nella loro positività e che fanno comprendere come una pianificazione più articolata, strategica e integrata delle competizioni di ogni ordine e grado possa veramente estendere questo genere di benefici, ancorché quantitativamente minori, a tutto il movimento del motorsport italiano. Ma da dove partire? È maledettamente difficile avere certezze in questo momento, difficile anche studiare un piano articolato o a medio lungo termine, ma uno spunto su cui lavorare potrebbe essere quello di partire dai servizi.

Ho sempre visto gli autodromi come un punto di partenza sul territorio per fare cultura e comunicazione, ma non ho mai letto veramente qualcosa sull’economia che questi impianti sportivi sono in grado di generare e che generano tuttora. Sulle sterili polemiche alimentate da tristi integralisti dell’ambiente o dagli amanti di silenzi campestri, quello sì, ma mai ho letto risposte oggettive, numeri, calcoli sull’indotto allargato che questi impianti generano e non perché non ci siano, semplicemente perché gli operatori coinvolti non hanno la cultura della misurazione dei risultati. E anche se questa misurazione ci fosse non ci sarebbe intuizione a comunicarla. Il che è ancora più grave.

Lo splendido Autodromo di Imola sempre al centro di contestazione da parte degli ambientalisti e sotto attacco incrociato anche da parte del suo proprietario (il Comune) non ha mai comunicato la potenza dei suoi numeri, probabilmente l’argomento principe per sedare ogni sterile polemica (Fonte: Wiki Loves Monuments | Foto: Luca Zac)

Questo è il vero problema qui da noi: siamo totalmente all’oscuro dei veri valori che girano intorno al settore. I dati completi e ben costruiti che troviamo riguardano tutti l’estero compreso quelli relativi a casa nostra.

Vogliamo un esempio? La SATC è la Commissione del Turismo del Sud Australia e a luglio di quest’anno hanno pubblicato una infografica circa l’impatto economico della Adelaide 500 la gara più importante della Supercars Championship. Un appuntamento che ha generato 45,9 milioni di dollari, 435 posti di lavoro e attirato 254.000 spettatori. E’ evidente che sono numeri che noi ci sogniamo, ma è l’approccio che conta, il modo di promuoversi non solo come sport, ma come settore economico e come territorio in grado di generare valore aggiunto per il Paese. E’ anche attraverso la comunicazione  dei numeri,  generati da un evento,  che si contribuisce a determinare spessore e autorevolezza all’intero settore.

Ecco un esempio lampante di come diventa efficace, per promuovere un evento di motorsport e il territorio, attraverso le cifre. Un metodo in grado di rispondere efficacemente anche alle mille polemiche che spesso si innescano intorno ai nostri autodromi

Il motorsport è un comparto in grado di generare numeri e occupazione

Quindi non solo corse e agonismo quando parliamo di motorsport, ma interpretarlo anche come un comparto produttivo in grado di attivare una crescita economica tutt’altro che trascurabile. E se noi non abbiamo questa cultura della misurabilità, del benchmarking, per promuovere il nostro settore un pezzo di lavoro l’hanno fatto, per noi, gli inglesi oramai nel lontano 2005 con il libro “Motorsport Going Global” che riporta un corposo studio della MRA (Motorsport Research Associate) dove si valorizza il giro d’affari annuo del motorsport italiano in oltre 2.2 miliardi di euro. Da allora la crisi, il cambio globale delle economie ha indubbiamente depresso certi settori, ma vogliamo dare per buono questo dato anche per oggi? Così tanto per rimanere prudenti?

Ad ognuno il suo ruolo

Bene, questo è il quadro d’assieme. Quale potrebbe essere un piano d’azione? Ancora una volta è quello che accade all’estero che torna utile. Guardare la struttura dei siti della Federazione inglese (Motorsport UK) e della Federazione francese (FFSA)  è indicativo perché raccontano una organizzazione più strutturata sull’erogazione di servizi piuttosto che nell’organizzazione diretta dei Campionati. L’idea di base è semplice: la crescita di uno sport si misura in termini di praticanti licenziati. È la loro quantità che determina il budget girato dal CONI ad ogni Federazione. Qual è quindi il primo obiettivo? Aumentare il numero di licenziati in un contesto più difficile di tutti gli altri sport perché l’automobilismo richiede una disponibilità economica di partenza “discretamente alta”. Maggiori licenziati significa maggiore numerosità sui vari campi di gara, un conseguente maggiore interesse spontaneo e richiamo di nuovi sponsor. Un percorso che, se avviato, potrebbe essere in grado di assicurare la crescita e lo spessore delle forze in campo.

Una linea guida potrebbe essere questa: il motorsport italiano dove le competenze ed i ruoli sono divisi con più chiarezza. Da una parte la Federazione che rappresenta il potere normativo e sportivo, ma anche la strategia, la politica di sviluppo, la comunicazione e l’immagine del motorsport nel suo insieme e dall’altra gli Organizzatori che gestiscono la programmazione e lo sviluppo dei Campionati affidati loro, prevedendo non solo le tasse di iscrizione a Calendario, ma anche contributi legati all’attività centrale di promozione dello sport oltre, evidentemente, a tutte le attività legate al Campionato di competenza.  Un’attività integrata di promozione e pianificazione che potrebbe innescare maggior richiamo da parte di piloti, sponsor, industria. Non è fantascienza, funziona così negli Stati Uniti dove la Federazione (ACCUS) ha anche poteri più limitati occupandosi solo di quello sportivo mentre quello tecnico e di promozione è affidato unicamente ai grandi organizzatori dell’IMSA e della NASCAR, ma funziona in parte così anche in Francia ed Inghilterra.

La sfida, quindi, non è di abbandonare completamente il campo dell’organizzazione delle gare per diventare solo un fornitore di servizi, piuttosto è quella di costruire una Federazione che si concentri maggiormente sulla crescita dell’automobilismo sportivo in Italia oltre i limiti attuali ed inteso come comparto anche economico. Trasformare le attività di promozione di questo sport spontanee e sporadiche (spesso anche con risultati apprezzabili) in azioni strategiche aventi l’obiettivo di creare maggior valore per i clienti combinando beni (le corse) e servizi in soluzioni integrate. I risultati potrebbero essere impressionanti.